Itinerari lungo i sentieri della psicoanalisi

La partecipazione affettiva dell'analista: emozioni e working through E proprio quel giorno ti viene la voglia di andare a scoprire se è vero, che il senso profondo di tutte le cose lo puoi ritrovare soltanto guardandoti in fondo... Brunori Sas, Kurt Cobain (2014)   Come descrivere la psicoanalisi? Come rendere a parole quel rapporto terapeutico …

La partecipazione affettiva dell’analista: emozioni e working through

E proprio quel giorno ti viene la voglia

di andare a scoprire se è vero,

che il senso profondo di tutte le cose

lo puoi ritrovare soltanto guardandoti in fondo…

Brunori Sas, Kurt Cobain (2014)

 

Come descrivere la psicoanalisi? Come rendere a parole quel rapporto terapeutico che, costruito su un perenne equilibrio tra spontaneità e tecnica, riesce a far conoscere la gioia di vivere e la serenità a chi l’aveva perduta o solo intuita?

E perché la psicoanalisi cura? In che modo fa star meglio e aiuta un essere umano a trasformare aspetti di vita che si sono fissati e bloccati in un sintomo che provoca sofferenza?

In questo contributo intendo presentare alcuni spunti di riflessione che ci conducono lungo alcuni sentieri della psicoanalisi.

L’arte della psicoanalisi

Thomas Ogden (2005) descrive la psicoanalisi come un processo che inventa se stesso nel suo divenire, nel suo essere in costruzione, nel suo essere un percorso e un’esperienza emozionale vissuta. Scrive che, in quanto tale, non può essere “tradotta, trascritta, registrata, spiegata, compresa o espressa in parole: è ciò che è”.

“Una persona si rivolge a uno psicoanalista perché si trova in uno stato di sofferenza emotiva che non è in grado di definire; inoltre non è in grado di sognare (fare lavoro psicologico inconscio) o è così disturbata da ciò che sta sognando che i sogni vengono interrotti. Fino a quando è incapace di sognare la sua esperienza emotiva, l’individuo non può cambiare, non può crescere, non può diventare qualcosa di diverso da ciò che è stato.

Il paziente e l’analista si impegnano in un esperimento, nei confini della situazione analitica, che ha lo scopo di creare le condizioni nelle quali l’analizzando (con la partecipazione dell’analista) possa migliorare la propria capacità di sognare i suoi sogni non sognati e interrotti. I sogni sognati dal paziente e dall’analista sono contemporaneamente i loro sogni (e rêverie) e quelli di un terzo soggetto che allo stesso tempo è il paziente e l’analista e nessuno dei due.

Partecipando alla sua attività di sognare i sogni non sognati e interrotti, l’analista riesce a conoscere il paziente in un modo e a un livello di profondità che gli consente di dirgli qualcosa che è fedele all’esperienza emotiva, sia conscia sia inconscia, che avviene nella relazione analitica in un momento dato. Ciò che l’analista dice può essere usato dal paziente per il lavoro psicologico conscio e inconscio, cioè per sognare la propria esperienza, così da potersi sognare più pienamente nell’esistenza”

Thomas Ogden (2005)

L’analista deve quindi saper reinventare la psicoanalisi ad ogni seduta e deve essere capace di crescere emotivamente sulla base dell’esperienza con il paziente (e del lavoro su di sé), in modo da essere l’analista di cui quel paziente ha bisogno.

La situazione analitica è un’impresa terapeutica che ha lo scopo di aumentare la capacità del paziente di essere il più possibile vivo all’interno dell’esistenza. Nascere emotivamente, oppure ritrovarsi dopo una situazione di crisi, è un punto di approdo che si raggiunge quanto più si riesce a sognare la propria esperienza — che significa sognare se stessi nell’esistenza.

Oltre le parole: “essere pensati” e “sentirsi conosciuti”

La terapia arricchisce perché aumenta la consapevolezza del mettere in parola i sentimenti; eppure, in certe fasi del processo, le parole non possono essere sufficienti o forse non sono ancora del tutto necessarie.

Questo accade perché ciò che c’è di vero in quello che l’analista dice riguardo all’esperienza emotiva deve scaturire da una comprensione emotiva reale, in modo che il paziente possa sentirsi pensato e compreso in un modo in cui non si è mai sentito prima.

Sentirsi conosciuti nella situazione analitica non riguarda soltanto essere ascoltati mentre si parla, quanto piuttosto la sensazione che l’analista possa cogliere quello che l’altro è in una dimensione potenziale (quel going on being descritto da Winnicott) attraverso la sua presenza e attenzione, elementi fondamentali che sostengono il pensare e la partecipazione affettiva dell’analista.

Il linguaggio e la metafora: una descrizione poetica dell’esperienza

In seduta si entra in una dimensione di tempo sospeso: si ha il tempo per pensare, si può provare a dire qualcosa dell’esperienza vissuta, si può tentare di farlo anche rispetto a ciò che accade nell’incontro tra paziente e terapeuta, impegnati nel lavoro analitico.

Il potere del linguaggio di “suggerire ciò che non si può dire” è ciò che avvicina la psicoanalisi alla poesia: entrambe sono arti in cui viene coinvolta la scrittura, perché la consapevolezza dei propri stati emotivi è mediata dalle parole. Abbiamo bisogno di un linguaggio e di parole per conoscere (e trovare un senso a) ciò che stiamo provando: ad esempio, poter nominare e distinguere tra stati emotivi diversi, come il sentirsi soli o l’essere abbandonati, il sentirsi preoccupati o lo spaventati.

Nel tentativo di usare il linguaggio per veicolare il senso di ciò che è vero in un’esperienza emotiva, dobbiamo riconoscere che non possiamo definire un sentimento, ma possiamo descriverne l’esperienza.

Utilizziamo così le metafore. Nell’atto di operare questa trasformazione — dal vivere un’esperienza al dire a cosa assomiglia — stiamo creando una nuova esperienza mediante una consapevolezza mediata da stimoli verbali.

Le parole dei pazienti, quando rimangono intrappolate in una struttura di pensiero patologica, possono tornare a muoversi all’interno della seduta in una nuova narrazione, emergendo finalmente come portatrici di un significato inedito che alimenta il processo trasformativo.

Sentieri possibili di un percorso, verso un futuro transitabile

In questo, come sottolinea Borgogno (1999), risiede il “segreto” della psicoanalisi: l’essere una fucina e palestra di pensiero condivisa con un altro, che si incontra e a cui si comunicano i propri pensieri all’interno di un percorso.

“L’analista deve avere dentro di sé il senso di un futuro transitabile a tappe, di modo che possa anche offrirlo a chi si rivolge a lui, di modo che non debba essere costretto in modelli o linguaggi teorici, con la speranza che possa un giorno procedere da solo, secondo i suoi ritmi e i suoi tempi, per sentieri sovente inaspettati e prima non creduti possibili”

Franco Borgogno (1999)

Il percorso è una metafora affascinante per il cammino verso la conoscenza di sé: un cammino in costante sviluppo che, idealmente, è sempre… in divenire.

Bibliografia essenziale

  • Borgogno F. (1999), Psicoanalisi come percorso, Bollati Boringhieri.
  • Ogden T. (2005), L’arte della psicoanalisi, Raffaello Cortina Editore.

Articolo a cura di:

Alessio Guaramonti
Alessio Guaramonti

Psicologo e psicoterapeuta, iscritto all’Ordine degli Psicologi della Valle d’Aosta dal 2011. Dopo la laurea in Psicologia presso l’Università della Valle d’Aosta, consegue la specializzazione in Psicoterapia alla Scuola di Psicoterapia Comparata (SPC) di Genova. Dopo l’esperienza presso il Consultorio CSTCS, contribuisce alla nascita di InDivenire – Centro Clinico Genova, di cui è Socio Fondatore....

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